Smartphone, tablet e scuola del XXI secolo

Ultimamente alcuni episodi accaduti durante la mia quotidiana attività didattica, dove peraltro l’uso delle TIC è costante insegnando io in laboratorio, mi stanno convincendo dell’assurdità del divieto d’uso dei cosiddetti telefonini in classe.

Una prima osservazione mi viene spontanea quando vedo i miei studenti usare per la prima volta lo smartphone sul registro di classe per acquisire… i compiti da fare a casa (saprò più tardi che tale foto viene condivisa nel loro gruppo “chiuso” su facebook e che l’incombenza della foto è svolta a rotazione settimanale da tutti).

Un uso tutto sommato corretto della fotocamera dello smartphone che, una volta tanto, non è usata per immortalare episodi di bullismo o vandalismo scolastico, ma per supplire ad una cronica carenza della scuola italiana che ancora fatica a convertirsi al registro elettronico.
Un registro elettronico online infatti renderebbe inutile la foto del registro con i compiti ed in più permetterebbe ai genitori di verificare rapidamente la veridicità della classica risposta dei pargoli alla domanda “ma non hai compiti da fare?”, risposta che immancabilmente sarà negativa.

Invece nei giorni successivi mi trovo nel consiglio di classe ad ascoltare colleghi che lamentano la presunta scorrettezza dell’azione fotografica ricordando l’esistenza di una circolare del Dirigente che proibisce l’uso del telefonino in classe: del telefonino appunto, inteso nella sua accezione di strumento di comunicazione; non mi risultano citate le tante altre funzioni che si sono via via aggiunte all’oggetto tanto da farne cambiare il nome in smartphone!
La circolare infatti insiste sull’uso potenzialmente disturbante del telefonino, senza altre indicazioni che non siano riconducibili al disturbo allo svolgimento delle lezioni e al cyberbullismo.

Insomma il telefonino no, no e basta!

In altra occasione (un tradizionale compito in classe) mi sono accorto che un paio di studenti hanno usato lo smartphone per copiare una definizione in internet (cosa tutto sommato facile da identificare con un po’ di mestiere); non sono uso togliere i cellulari/smartphone agli studenti, perché li considero un possibile ausilio didattico (alla stregua della calcolatrice scientifica di trenta anni fa) da integrare nella didattica, più che da proibire.  E di cui eventualemente pesare l’utilizzo in fase di preparazione del compito (di cosa parliamo quando citiamo la digital literacy in fondo?) e della successiva valutazione dello stesso.

L’episodio mi ha portato quindi a riconsiderare le modalità con cui preparare i classici “compiti in classe” o le attività di laboratorio cercando di modificare i miei testi in modo da poter comprendere nella valutazione anche l’uso consapevole di strumenti quali smartphone (con le varie app tecnico/scientifiche disponibili, vedi per esempio Electro Droid, un vero coltellino svizzero per l’elettronica) ed internet, lasciando quindi i ragazzi liberi di usarli ma sollecitandone un uso nel “modo corretto”.

E quindi ho iniziato a pormi domande su cosa significhi oggi usare le tecnologie in modo corretto, didatticamente parlando, finendo ovviamente nel campo delle “competenze digitali” e di come la scuola deve saperle valutare, dopo aver ovviamente imparato ad insegnarle/usarle.

Il primo problema che si pone con le competenze digitali infatti è che molto spesso gli insegnanti sono classificabili tra i cosiddetti “analfabeti digitali” e, per usare un eufemismo, non tengono molta simpatia per le tic, i Pc ed internet in generale.

Ma anche tra quegli insegnanti che per mestiere si occupano di tecnologie e scienze (informatici, elettronici, matematici, fisici, chimici…), spesso è carente la riflessione su come ricavare il meglio dall’uso delle risorse rese disponibili dalle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione in ambito didattico, o su quale sia la “digital literacy” indispensabile nella scuola oggi.  Lo so, esiste ampia letteratura sulla digital literacy nella scuola, ma dubito che l’insegnante medio la legga. 🙁

A causa di questi eventi ho però iniziato a modificare alcuni strumenti di valutazione in modo che possano comprendere anche la misura di competenze digitali di cui sollecito lo sviluppo nei miei studenti, indubbiamente facilitato anche dal fatto di lavorare prevalentemente in laboratorio.

Un semplice esercizio di realizzazione di uno schema elettrico (compito di grafica nel settore elettronico) può essere modificato in modo da comprendere la verifica del saper cercare in internet le librerie aggiuntive con un componente particolare, non presente nativamente nel software di disegno;

schema elettrico

Schema elettrico di semplice sonda logica con display

oppure nel progettare un nuovo circuito  si può prevedere la ricerca e l’analisi del foglio tecnico (data sheet) di un componente specifico, aiutandosi magari con la contemporanea ricerca di articoli (spesso disponibili in inglese, cosa utile ad attivare collaborazioni con il/la collega di lingue) di altri progetti che usano lo stesso componente, per afferrarne meglio il funzionamento e le tecniche di utilizzo.

In questo modo, oltre alle abilità di uso del software di disegno tecnico è possibile valutare anche

  • le capacità di definire le parole chiave per ricercare le informazioni sul nuovo componente,
  • l’uso degli operatori logici dei motori di ricerca,
  • le capacità di valutare e selezionare, tra le informazioni d’uso reperite, quelle atte a facilitare la comprensione del nuovo componente,
  • la capacità di estrapolare analogie tra i casi d’uso trovati ed il progetto assegnato

insomma abbiamo la possibilità di valutare tutte quelle abilità (skill) che vanno sotto il comune appellativo di digital literacy/competenza digitale.

Ma ovviamente questo richiede una diversa impostazione del compito assegnato (che non è più il classico “fare uno schema elettrico che” o un semplice esercizio di copiatura di uno schema/fotocopia assegnato), il possesso da parte dell’insegnante di quelle “capacità digitali” che andrà poi a valutare nell’esecuzione del compito 2.0 (passatemi l’espressione, al momento non saprei come altro distinguerlo dal classico esercizio) e soprattutto la voglia dell’insegnate di cambiare alcune routine spesso consolidate negli anni per inserire insegnamento, uso e valutazione di nuove capacità rese necessarie dall’uso didattico delle tecnologie digitali.

In questa ottica demonizzare l’uso di smartphone/tablet/icosi in classe diventa non solo controproducente, ma addirittura didatticamente folle; certo, un processo di questo tipo, che sappia valorizzare un uso consapevole e, perché no, creativo delle tecnologie che sono comunque nelle mani dei nostri ragazzi non si improvvisa e richiede tanta formazione e forte volontà politica di far evolvere la nostra classe insegnante (età media sui 55 anni, se non erro) e la stessa scuola, come struttura formativa al passo con le necessità del tempo.

Ma questa è un’altra storia, ci torneremo su.

Stay tuned!

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